Argonauti nelle Alpi

Racconto collettivo dei testimoni, delle comunità e dei riti che compongono il patrimonio immateriale delle Alpi

Argonauti nelle Alpi è il racconto collettivo dei testimoni, delle comunità e dei riti che compongono i patrimoni immateriali delle Alpi, in particolare di quelle che modellano la geografia di quattro territori italiani, la Regione autonoma Valle d’Aosta, la Regione Piemonte, la Regione Lombardia e la Provincia autonoma di Bolzano (Val Gardena).

Scritto da REGIONE LOMBARDIA  //  05/02/2012

Tags: argonauti nelle alpi , elena stancanelli , enrico camanni , marco albino ferrari , michela murgia

Argonauti nelle Alpi

Il viaggio di quattro scrittori, Enrico Camanni, Elena Stancanelli, Michela Murgia e Marco Albino Ferrari che hanno esplorato le regioni italiane coinvolte nel progetto E.CH.I. per conoscere i luoghi e incontrare i testimoni del patrimonio immateriale.

Il viaggio racconta di alcune storie. Narrazioni che restituiscono al contemporaneo i riti, i saperi e le conoscenze che costituiscono il grande patrimonio collettivo delle Alpi. I quattro Argonauti hanno visitato alcuni territori delle quattro Regioni italiane partner del progetto E.C.H.I., la Valle d’Aosta, la Regione Piemonte, la Regione Lombardia e la Provincia autonoma di Bolzano. Michela Murgia ha incontrato alla Maison des anciens Remèdes di Jovencan i testimoni dei saperi legati alla cura con le erbe officinali, Elena Stancanelli le esperienze delle latterie turnarie a Trontano in Val d’Ossola, Enrico Camanni i mascherai di Schignano in Lombardia, Marco Albino Ferrari i saperi, i riti e le storie della Val Gardena.
Il viaggio è narrato in diretta dagli scrittori attraverso il blog, funzionale alla pubblicazione del racconto collettivo degli scrittori, comprendente una mappa illustrata del viaggio, delle comunità e dei testimoni incontrati. Il volume raccoglie idealmente la missione del progetto, dove ciascun autore narra del proprio incontro con i patrimoni immateriali dei territori visitati: racconti, ritratti, idee e impressioni di viaggio nelle Regioni alpine.
Un libro collettivo di “antropologia narrativa” che diviene memoria del progetto insieme a una mappa illustrata del viaggio, delle comunità e dei testimoni incontrati. Argonauti è anche un format, che sarà presentato in alcuni importanti festival nazionali.

Perché gli argonauti: raccontare, non documentare. Fare dell’etnografia significa "scrivere" le culture. Non scrivere di culture, ma entrare nel cuore dei mondi che scegliamo di raccontare e documentare. E al cuore del testo etnografico risiede proprio questa doppia dimensione. Qual è la differenza tra una monografia etnografica e la letteratura di viaggio (diario, reportage, racconto e romanzo di viaggio)? Per l’antropologia accademica italiana e in parte per quella francese (discorso diverso si deve fare per l’etnografia cosiddetta "post-moderna") abissale. Scrive Louise Pratt (Scrivere le culture, 1997), a proposito dei "viaggiatori casuali" dell’etnografia, tra cui l’accademia metterebbe il grande reporter Ryszard Kapuściński (1932-2007), tra i più innovativi narratori di culture, ma poco incline alla descrizione (presunta) oggettiva dei fatti, "per i non specialisti come me, la prova più evidente che qualcosa non va (nella monografia etnografica ‘canonica’), è data dalla semplice constatazione che la scrittura etnografica tende ad essere insopportabilmente noiosa. Com’è possibile, ci si chiede di continuo, che persone così interessanti, che fanno cose tanto interessanti, scrivano libri così insulsi? Che cos’hanno combinato?". Se l’etnografia deve essere – com’è –  mediatrice culturale, deve cominciare con una mediazione tra osservatore, osservato e lettore. In questo senso, ogni scrittura etnografica è una scrittura soggettiva, interpretativa, che vuole essere letta. Documentare significa prendere note, "appunti" testuali, visivi e sonori (su fatti, realtà ma anche impressioni soggettive) sul campo, da tradurre con un testo (che può essere in forma scritta o per immagini). Raccontare significa invece portare una esperienza in forma narrativa, dotandola di un senso e di uno sguardo critico. E considerando l’aspetto espressivo, strutturale, formale e stilistico. Perché se ciò che qualifica l’etnografo è il fatto di aver vissuto realmente una esperienza (vivere una cultura, ricoprirvi ogni ruolo, imparare la lingua ed essere accettati), allora anche un naufrago può essere (e lo è stato, nella figura di Hans Staden, La mia prigionia tra i cannibali – 1553-1555) un ottimo etnografo. Ciò che fa invece l’antropologo è fornire elementi critici ed espressivi, accanto naturalmente a quelli descrittivi ed analitici. Racconto personale e descrizione oggettivante possono convivere, come momenti separati dello stesso viaggio.